di Maurizio Borghi

O il fonico è impazzito o qualcuno dello staff dei Lamb Of God ha preso posto in cabina di regia: i volumi durante l’esibizione del gruppo sono altissimi, vicini alla soglia del rumore, devastanti! Il tutto a discapito delle prime file, purtroppo, che invase dal tornado di decibel non hanno la percezione ottimale che hanno coloro che sono posizionati ad altezza mixer. Il gruppo non ha intenzione di fare prigionieri e lo chiarisce sin da “Desolation” e “Ghost Walking”, estratte dall’ottimo “Resolution”. Quando parte ‘il meglio del meglio’ della loro discografia potete ben immaginare la reazione dei pubblico astante, presente in maniera numerosa e decisamente agitato. Se Campbell è oramai un giovane Gandalf, Blythe si distingue per la chioma bionda e i rasta: cambia leggermente l’aspetto fisico, passano gli anni, ma il groove viscerale che i Lamb Of God riescono a trasmettere è pauroso, animalesco, primordiale. “Set To Fail”, “Now You’ve Got Something To Die For” e “Ruin” sono una tripletta da cui è difficile riprendersi, ma non ci sono spazi per respirare: ecco “Hourglass”, “The Undertow”, l’ottima “Contractor”. Le mazzate finali sono dispensate da “Redneck” e “Black Label”: lo scambio di energie tra band e pubblico è tale che pure Randy termina con uno stupito ‘Mamma mia!’, seguito da un estratto imbarazzante di “That’s Amore”. Ce ne hanno messi tanti di anni, ma finalmente i ragazzi di Richmond Motherfuckin’ Virginia hanno conquistato i metallari italiani!

Lamb Of God

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