di Andrea Raffaldini, Alessandro Corno

Ormai i Manowar sanno come caricare i loro fan: un’ora abbondante di musica folkeggiante durante il cambio palco ha messo a dura prova i nervi dei presenti. Con “Manowar” e “Gates Of Valhalla”, Joey DeMaio e compagni calcano nuovamente il palco del Gods Of Metal (e un palco italiano) dopo lunghi anni di assenza. Sebbene i suoni nei primi brani non siano definiti al meglio e una doppia cassa tonante ci va vibrare gli organi interni, Eric Adams al micrfono intona con rabbia gli ormai leggendari testi a base di ‘steel’, ‘sword’, ‘thunder’ e ‘metal’, destreggiandosi più che bene e in certi casi risparmiandosi con un briciolo di esperienza tra le impegnative linee vocali dei brani. Lo show prosegue con “Kill With Power” e “Sign Of The Hammer”, con i fan impegnati a fare headbanging e ad unire all’unisono le braccia al cielo. Sistemate alcune imperfezioni nei suoni, i volumi dalle prime file sono talmente alti da risultare insopportabili, come a ricordarci i tempi in cui i Manowar vinsero il Guinness dei Primati come band più rumorosa al mondo. “Fighting The World”, “Kings Of Metal” e “Metal Warriors” sono un trittico letale all’insegna dell’acciaio più puro, perchè “i Manowar sono il metal” e ci tengono a ribadirlo. Come primo siparietto della serata, Joey DeMaio chiama un fan sul palco, gli insegna come si beve la birra ‘all’italiana’ e lo mette alla chitarra per suonare “The Gods Made Heavy Metal”; per poi regalargli la sei corde firmata da tutta la band. Dopo una serie di brani più recenti che rispondono al nome di “Sons Of Odin”, una scialba “Hand Of Doom” e “King Of Kings”, arriva puntuale come un orologio l’immancabile assolo di basso, tradotto nelle note di “Sting Of The Bumblebee” che, a causa del volume spropositato, risulta quasi fastidioso alle orecchie. Sempre il buon Joey si lancia nel suo proverbiale discorso questa volta in un buffo italiano contro i “cabrones e i bastarrrdi”, i poser e tutti coloro che vogliono il male del metal, ma nel finale chiede un toccante minuto di silenzio in onore del suo defunto padre e dell’amico scomparso Scott Columbus. Terminata la filippica, le soavi note introduttive di “Hail And Kill” ci regalano un momento di intense atmosfere, come preludio ad un assalto metallico che il pezzo ogni volta scatena. Il solito inno “Warriors Of The World United” fa cantare chiunque anche se il famigerato pit di fronte al palco e la conseguente separazione in due della frangia di fan più fedele alla band, rovina in parte l’atmosfera di unione che il brano solitamente ci regala. Si torna su ritmi sostenuti con “Thunder In The Sky” e “The Power”, prima della maestosa e sempre emozionate versione Manowar (ossia tamarra) della celeberrima “Nessun Dorma”. Chiude la calata italica del quartetto newyorkese la bordata “Black Wind, Fire and Steel”, celebrazione finale di uno show meno prolisso rispetto alle ultime apparizioni al Gods Of Metal e che ci ha messo di fronte ad una band ancora in buona forma nonostante la sessantina sia alle porte.

Manowar

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